Il mito della conservazione dell'impresa in crisi e le ragioni della «commercialità»

Il mito della conservazione dell'impresa in crisi e le ragioni della «commercialità»

Il presente studio muove dalla constatazione che la riforma della legge fallimentare italiana, attuata nel triennio 2005-2007 e progressivamente "corretta" con plurimi interventi normativi, ha essenzialmente annacquato gli obiettivi tradizionali del c.d. "fallimento commerciale", attenuandone i profili sanzionatori e devitalizzando la revocatoria fallimentare, e nel contempo, in nome del favor per la conservazione dell'impresa in crisi, ha ampliato la varietà e utilizzabilità degli istituti alternativi, sì da relegare (almeno sulla carta) la procedura fallimentare a soluzione residuale. Di questo indirizzo, in particolare, la recentissima revisione della legge fallimentare recata dall'art. 33 del D.L. 83/2012. Simili mutamenti non possono dirsi indifferenti per il giuscommercialista, il quale si interroga se possa ancora attribuirsi al fallimento il ruolo di istituto cardine del diritto commerciale. Il volume ha pertanto l'ambizione di soppesare in maniera critica e ponderata le istanze avanzate nel senso del superamento della limitazione soggettiva all'accesso agli istituti contemplati nella legge fallimentare, e di delineare altresì i principi essenziali di una disciplina della crisi di impresa commisurata alle esigenze poste in gioco dalle imprese commerciali, che faccia perno su una definizione specifica (e non ricavata da una mera esclusione) della "commercialità".